.
Annunci online

Avviso/Liberatoria

Il seguente blog contiene articoli il cui contenuto può essere sconsigliato/proibito ai minori di anni 18. Nel leggere le seguenti pagine certificate di essere maggiorenni e liberate gli autori del blog da ogni responsabilità.

Le persone, i luoghi, gli eventi e gli atti descritti negli articoli di questo blog sono interamente frutto di fantasia e non si riferiscono a persone esistenti o esistite, né ad eventi o atti realmente avvenuti. Ogni somiglianza riscontrata è puramente casuale, salvo le eventuali similitudini con luoghi o eventi storici reali che possano aver ispirato il contesto storico-geografico-culturale delle opere di fantasia.

Gli autori precisano inoltre che le eventuali descrizione di atti considerati illegali e/o criminali non costituiscono una dichiarazione di accettazione o supporto, da parte degli autori, degli atti stessi; non costituiscono inoltre apologia di reato; esse sono da considerarsi esclusivamente come puro artificio narrativo valido sono nel, ed in quanto nel, contesto di fantasia della particolare opera artistica.

[Racconti] 29 luglio 2008

Occhiali rosa

Ho comprato un paio di occhiali da sole rosa, subito dopo essere andata via dal salone del barbiere. Sì, ho tagliato i capelli dal barbiere, li volevo molto corti, lui poi è un barbiere rockabilly, insomma, una cosa diversa dai barbieri per uomo e anche dai parrucchieri che per darsi un tono inventano degli inutili tagli asimmetrici che poi il giorno dopo provi a pettinarti e sembra che tu abbia usato dei mortaretti al posto della spazzola. Il salone del barbiere ha le pareti rivestite di legno rosso e tutti i ripiani, delle sedie, della libreria, del bancone della cassa, tappezzati di velluto maculato giallo e nero. Il barbiere è un energumeno tatuato con un anello al naso, molto gentile, molto delicato, e mi ha chiesto: “Sai se qualcuno andrà a Senigallia quest'anno?”
Sono andata a tagliare i capelli perché, come tutti sanno, il taglio di capelli è sintomo di desiderio di cambiamento o a volte di cambiamento già avvenuto. L'acquisto degli occhiali da sole rosa, con le lenti rosa, è invece sintomo di desiderio di ottimismo. Ok, questa me la sono inventata adesso su due piedi, ma a me sembra plausibile, non so a voi, però quando ho visto gli occhiali da sole in vetrina ho pensato che si addicevano alla mia nuova testa e al mio nuovo cuore. Sarebbero stati utili, mi dicevo, a sopportare il tempo, l'infinità di istanti che a poco a poco, uno dopo l'altro, si sarebbero inseriti tra il presente e la notte appena trascorsa, senza possibilità alcuna di trattenere o ricordare con perfezione adamantina le parole, i gesti, i brividi, gli odori, i sapori, tutto. Avevo bisogno di sostegni, di puntelli, approdi da qualche parte, fantasie, progetti, qualunque cosa purché questo tempo infinito che mi si para davanti non sia poi così infinito, o così vuoto.
Queste parole scritte di getto forse dovrebbero assolvere a questa funzione, credo. Infilare i fatti uno dopo l'altro, trovare loro un ordine e archiviarli. Un poco alla volta. Appena tornata a casa mi sono guardata allo specchio, davanti e dietro, usando un altro specchio, più piccolo, astutamente collocato sul comò. Ho indossato gli occhiali rosa, li ho sfilati, ho fatto le smorfie, ho alzato la maglietta, ho guardato la mia pelle nel tentativo di scorgervi delle tracce del suo passaggio, no, niente, rimane solo l'odore, dico ma il barbiere non sarà andato fuori di testa sentendo questo odore di fica fortissimo?
Ho ancora le borse sotto gli occhi. Tutta colpa del gatto Giulio. Ma devo andare con ordine, credo. A cominciare dal pomeriggio.
Pomeriggio. Prendo un caffè con un vecchio amante, che indossa una giacca a righe sottili bianche e blu sopra una camicia celeste, un paio di jeans e delle scarpe di tela Lacoste. Sotto gli ombrelloni del bar ci proteggiamo dal sole impietoso dei primi giorni di luglio. Il vecchio amante, smagrito e con la barba sfatta, sembra meno vecchio e mi faccio prendere dalla tenerezza. Gli accarezzo la mano. Mi chiede come sto, se scopo quanto dovrei, io mica ce la faccio a nascondere il mio disappunto, no, non scopo quanto dovrei cristo santo.
“Tesoro mio”, dice, “perché reprimi le tue potenzialità? Dovresti cercare di essere più Anaïs Nin e meno Dacia Maraini.”
Rido.
“Ti ricordi? Una volta mi hai chiesto se per caso non credessi di essere la Gertrude Stein dei poveri.”
Adesso ride anche lui.
Quando ci salutiamo mi dà un bacio sulle labbra e si allontana, col cappello bianco ben calcato sulla testa, remando con le mani nell'aria afosa.
Non rimango a guardarlo mentre si allontana. Vado con una certa fretta verso casa, per fare una doccia e cambiarmi d'abito. Ho un invito a cena, e come sempre arrivo in ritardo. A questa cena partecipa anche lei. È una cena piacevole, gioviale, in cui si mangia molto, si beve molto, si fuma molto. Si parla di musica e di letteratura e di cinema, seduti sui divani e contendendoci uno strano giaciglio a forma di banana apparentemente imbottito di polistirolo. Garantisco che è comodo, comodissimo, sia che ci si sdrai sul dorso, sia che ci si accomodi in posizione supina. Lei mi invita a provare, io acconsento. Ah, lo stupore. Il desiderio passa attraverso di me sempre come stupore, tutte le volte.
La padrona di casa, ospitale, ci offre di rimanere a dormire lì, sul divano, o sul coso bananiforme, oppure non volete mica andare di là, nell'appartamento di mia madre? Lei non c'è, si trova a Palermo, potete dormire nel suo letto. E sia. Troppo cibo, troppo alcol, troppo fumo.
Entriamo ridacchiando come due scolarette in gita scolastica e a tentoni cerchiamo l'interruttore, e poi il bagno e poi la camera da letto. Il gatto Giulio ci dà il benvenuto, inanellando la coda attorno alle nostre caviglie. Io sono allergica ai gatti, ma non lo dico. Ci spogliamo in maniera speculare: io tengo la maglietta, per coprire le tette, troppo grandi per portarle disinvoltamente nude; lei, che ha un torace maschile, rimane in pantaloni. Sembriamo due sceme. Ridiamo. Guardiamo le foto sul comodino: la madre da giovane, i figli, il compagno della madre, Vincenzone, che fa il cuoco per l'esercito, e immaginiamo che costui, Vincenzone, entri improvvisamente nella camera e ci trovi lì, seminude, piena realizzazione del sogno di ogni uomo, due giovani donne allegre nel suo letto che lo chiamano Vincenzone! Vincenzone!, scostando le lenzuola per farlo accomodare. Ridiamo come matte. Io tossisco. Ah, merda, l'asma da gatto, merda. Lei mi dice: non tossire, trattieni la tosse, altrimenti non respiri più. Mi trattengo, ma cominciano a prudermi gli occhi mentre il gatto Giulio miagola e chiede attenzione. Lo sbatto fuori, chiudo la porta e mi rimetto a letto. Lei, chissà perché, vuole che le faccia l'elenco delle mie malattie. Allora. C'è l'allergia respiratoria. E poi ci sono le intolleranze alimentari. E l'anemia. E gli attacchi di panico. E la sessualità compulsiva – ma è una malattia? Lei dice di no, e mentre lo dice mi afferra un avambraccio, appoggiando la fronte sulla mia spalla. Io continuo, tiro fuori fratture scomposte dell'età infantile, una modesta fotosensibilità, la laringe infantile, il colon irritabile. La mia voce esce fuori morbida morbida, che mi sembra di cantare una filastrocca. Lei mi bacia la spalla. Oh, cazzo. Senza neanche rendermene conto mi giro verso di lei. Adesso chi è che ride, eh? Ci baciamo, prima piano, pianissimo, poi sempre più forte, ci baciamo, ci mordiamo, e io ho paura, ommioddio, è la profezia del vecchio amante che si avvera, santocielo, e sono bagnata, bagnatissima, e lei mormora delle cose, mi dice come sei dolce, come sei bella, mi chiama per nome, e in un attimo è sopra di me, col suo ginocchio sinistro tra le mie cosce (è mancina, ho scoperto dopo). Che faccio?, mi chiedo. Lascio che mi baci, ma poi sono curiosa, la accarezzo, è una strana sensazione, familiare e aliena al tempo stesso, le tette così piccole, il ventre così muscoloso, e poi, quando infilo la mano nelle sue mutande, i peli pubici che non sono mica affatto come i miei che sono morbidi morbidi, i suoi sono tenaci, molto maschili, e non ha mica un monte di venere come il mio, cicciotto come il petto di una colomba, ma piuttosto ossuto, mi fa venire in mente, va' a capire perché, certe illustrazioni di Félicien Roops. Quando poi provo a entrare con le dita dentro di lei diventa tutto ancora più strano perché una cosa del genere su di me la faccio solo se costretta da circostanze particolari tipo recuperare un preservativo sfilato o cacciarmi ovuli disinfettanti dentro l'utero, quindi è stranissimo sentire quelle pieghe del tutto simili alle mie e non provare nessun fastidio. Insomma, è un casino. Gli occhi mi fanno male, li sento gonfi. Maledetto gatto Giulio. E poi, cosa accade? Che lei mi dice: lasciati fare. Io la pianto con le mie maldestre esplorazioni e finalmente mi rilasso. Mi sfila le mutande. Mi bacia il petto, il ventre, poi di nuovo la bocca. Io, lo giuro, percepisco la presenza di un cazzo invisibile. Sento che è lì, eretto, sul punto di esplodere. Anche se non esiste materialmente non fa alcuna differenza. Io lo sento, quindi c'è. Non so se mi spiego. Lei scava con le mani dentro di me. Mi dice parole irripetibili. Poi si infila con la testa tra le mie cosce e comincia il delirio. Perché io non avevo mai avuto alcun dubbio, nella mia breve e misera vita, che solo una donna avrebbe saputo leccarmi in un modo simile. Ma forse è una cazzata, perché io al suo posto non avrei saputo da dove cominciare, e dentro di me le sono molto grata per avermi dispensata dal procurarle piacere per dedicarsi unicamente al mio. Ed è un piacere enorme, gigantesco, amplificato, al momento del mio orgasmo, da quelli che credo siano degli schizzi di saliva sul mio clitoride. E immediatamente dopo la ritrovo stesa accanto a me, che dice “Ci vuole culo nella vita”. Io penso che se Vincenzone entrasse adesso, verrebbe tramortito dall'odore. Anche il gatto Giulio miagola più forte. Lei mette la testa tra il mio mento e la spalla e si addormenta.
E io, come il più inesperto degli uomini, non ho capito se ha goduto o no.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. ff

permalink | inviato da hooverine il 29/7/2008 alle 19:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
[Racconti] 26 febbraio 2008

Solo in treno

C'è gente a cui i viaggi in treno piacciono. Li trovano interessanti, vuoi perché si incontrano persone nuove, vuoi perché si vedono bei paesaggi, vuoi perché se la vedono loro. A me i viaggi in treno sembrano da molto noiosi a fastidiosi, a seconda di quanto (s)gradevoli ed importuni e “comunicativi” sono i miei compagni di appartamento. Che poi secondo me in realtà anche quelli che dicono che gli piacciono i viaggi in treno mentono perché quando mai s'è visto qualcuno che gode dei ritardi? Mentre alla gente dovrebbe andar bene che un piacere venga prolungato.

Tutuntutum tutuntutum tutuntuwooooooooooooooooooooooooowuuup tutuntutum

Ma il peggio del peggio sono i viaggi in cuccetta. La cuccetta la prendi quando devi fare in treno un viaggio talmente lungo da non poter sopportare per 14 o più ore le stesse persone, ed allora preferisci fingere di star cercando di dormire su un materassino scomodo trabballante ondeggiante e rumoroso, sempre troppo coperto o troppo poco coperto, soffrendo il caldo e il freddo e la sete e il sonno in un concerto di russamenti vari dai compagni di viaggio, urti contro le pareti dagli scompartimenti adiacenti, e chi più ne ha più ne metta.

Tutuntutum tutuntutum tutuntuwooooooooooooooooooooooooowuuup tutuntutum

A rendere un viaggio in treno il meno sgradevole possibile sono i compagni di scompartimento giusti: amici e colleghi con cui precedenti esperienze di viaggio in treno insieme hanno dimostrato che si può fare allegramente, oppure estranei che non si scelgono come compito di informarsi a tutti i costi di chi sei, quanti anni hai, che fai, da dove vieni, dove vai, perché lo fai, e tutto probabilmente solo per poterti dire loro chi sono, quanti anni hanno, che fanno, da dove vengono, dove vanno e perché lo fanno. Un fiorino.

Tutuntutum tutuntutum tutuntuwooooooooooooooooooooooooowuuup tutuntutum

Ad esempio, la mia attuale compagna di scompartimento ha la presenza ideale: ha forse mormorato un mezzo saluto quando sono salito, e per il resto l'unica conseguenza della sua presenza è che non posso allungare completamente le gambe davanti a me, perché siamo seduti dirimpetto, ed il rumore che fa quando volta le pagine del libro che sta leggendo, e le sue gambe che periodicamente scioglie per accavallarle al contrario. Belle gambe per altro, osservo tra un cruciverba e l'altro. Spuntano da sotto la gonna a pieghe e spariscano in comode scarpe a mezzo tacco.

Tutuntutum tutuntutum tutuntuwooooooooooooooooooooooooowuuup tutuntutum

Campo campo campo galleria. Sciogliere le gambe, accavallare le gambe. In realtà le guardo ogni volta che compie quella piccola sequenza di gesti. Non riesco a capire se ha le calze o no. Campo campo campo galleria. Fuori si fa sempre più buio. Paesino. Galleria. Galleria. Ormai l'unica differenza tra le gallerie e lo spazio aperto è la pressione alle orecchie quando il treno si tuffa dentro e quando riemerge.

Passa il cuccettista a tirar giù i letti di sopra. Sciogliere le gambe, accavallare le gambe. Secondo me non ha le calze. Ripassa il cuccettista a lasciare cuscini e lenzuoli. Ne ho abbastanza di quelle gambe taciturne, monto la scala e mi faccio il letto.

Wooooooooooooooo wuuuuuuuuuuuuuuun woooooooooooooooooooo wuuuuuuuuuun

Il treno corre rumoroso e sobbalzoso, sbatacchiandomi di qua e di là. Vado un'ultima volta in bagno prima di stendermi a cercare di dormire. Quando rientro, la donna scioglie le gambe ed accavalla le gambe, cambiando pagina. Mi viene in mente che non ho controllato con che frequenza fa entrambe le cose insieme.


Forse sono riuscito a dormire qualche ora. Quando riapro gli occhi, le gambe taciturne hanno preparato il loro letto, in basso di fronte al mio, e spento la luce. La donna si stende. Beata lei che nella cuccetta ci entra anche in posizione prona, io sono obbligato a sdraiarmi su un fianco raccogliendo le gambe.

La donna non si leva le scarpe, e si stende sopra le coperte. Arrotola la gonna fin sul ventre, svelando slip con i fiocchetti alla vita. Li scioglie tirando un filo per lato, contemporaneamente, quindi allontana il lembo che le copre l'inguine. Persino senza occhiali ed alla fioca luce di cortesia dello scompartimento non ho problemi a vedere il cespuglio nero che svanisce tra le gambe.

I nostri sguardi si incontrano, impassibili ed assenti, poi lei torna a guardare dritto sopra di sé, prima di chiudere gli occhi. La guardo ancora per qualche secondo, quasi dormiente, le gambe stese (invidia) ed appena divaricate, le mani adagiate sul ventre, a dita intrecciate. Mi volto dall'altra parte e riprendo a cercare di dormire.


L'odore s'insinua subdolo, progressivo. Si diffonde lento, faticando a superare gli odori di vecchio, polvere e stantío dello scompartimento, l'odore plasticato delle lenzuola di pile, il mio stesso odore di viaggio. E anche dopo aver raggiunto la soglia della percezione deve crescere ancora prima di fissarsi, richiamare l'attenzione, farsi riconoscere. Ed è l'odore aspro, pungente, ancestrale, sano degli umori genitali freschi, scivolosi; l'odore di fica che lubrifica abbondante, invitante, aperta; l'odore del sesso atteso, cercato, vissuto. Lo sento forte e distinto adesso, come se fosse lì accanto a me, vicino a me.

Mi giro. La donna è sempre sdraiata nel suo letto, la stessa posizione quasi da sarcofago. E l'odore è ben marcato, dominante, e proviene da lei. Ha ravvicinato le ginocchia, adesso, pur lasciando i piedi separati, come a cercare di chiudersi, di difendersi. Le mani rimangono intrecciate sul ventre, il respiro regolare, lento, quasi controllato; un'unica ruga, verticale, le fende la fronte.

Apre gli occhi di colpo, e sono occhi grandi e pieni di stupore. Fissa dritto sopra di sé, come cercando di riprendere piena coscienza di dove sia, di cosa stia accadendo. Una gamba le scivola giù dal sedile, l'altra si poggia allo schienale, le mani si sciolgono, scivolando a carezzare l'interno delle cosce, un lento scivolare verso l'alto, fino a coprire il pube, e poi di nuovo giù, e ancora su, stavolta risalendo sul pube costeggiando il cespuglio, per poi tornare a coprirlo, e rimanere lì.

Nuovamente il suo sguardo incontra il mio; esita solo un istante, quasi non mi avesse visto; i suoi occhi si socchiudono, mentre l'odore cresce ancora, e stavolta anche l'orecchio percepisce qualcosa, labbra umide che si schiudono, sciabordìo di dita nel liquido. C'è qualcosa di esagerato in questi suoni, di assurdo, ma posso quasi indovinare i movimenti delle sue dita: quando scivolano dentro, da sole o in coppia; quando scorronno fuori, correndo sulle labbra o in piccoli cerchi attorno al clitoride; quando tornano ad immergersi, premendo e sprovando.

Il respiro di lei si va facendo ansimante, sforzato; quando torna ad aprire gli occhi, sembra che il suo sguardo mi implori, ma senza riuscire realmente a vedermi; ed è solo per pochi secondi, prima che le palpebre tornino a scendere su quel luccichìo.

Adesso l'intero suo corpo si è risvegliato: inarca la schiena per poi tornare a stenderla, solleva il bacino come per andare incontro alle sue stesse mani; una di queste scorre via, scivolando sotto e dietro di lei, e posso solo immaginare che quelle dita cerchino nuovi ingressi.

Il suo corpo torna giù di colpo, e la donna si stende nuovamente per lungo, e sembra quasi che lo spettacolo sia finito; ma il suo respiro non accenna a calmarsi, ed il corpo è irrequieto, un movimento sinuoso lo percorre, il bacino accenna ancora a spingere verso l'alto, subito trattenuto, una lotta tra il controllo e la voglia.

Torno a girarmi dall'altro lato, conscio del fatto che difficilmente troverò sonno, immerso ancora in quell'odore che non accenna a diminuire, tenuto sveglio più dall'irrequietezza della mia compagna di scompartimento che dal rumore del treno. E così vacillo tra un stato di l'incoscienza comandata dal sonno e dalla stanchezza, e l'allerta a seguito dell'eccitazione. Irrequieto anch'io, cerco una posizione: ora su un fianco, ora sulla schiena, ora sull'altro fianco, nuovamente spettatore della donna.

Il capo appoggiato al bracciolo, la donna sembra intenta a fissare il proprio sesso, oltre il monte del seno, oltre il tunnel delle gambe raccolte al petto, tenute aperte dalle braccia intrufolatesi tra le cosce per lasciare le mani nuovamente libere di sfogarsi sulla conchiglia, di scivolare più giù. Ma i suoi gesti hanno qualcosa di rabbioso, quasi di disperato, nellla foga con cui si stimola sembra non esserci più la ricerca del piacere, ma il desiderio di fuggire, inseguendo un culmine che sembra non voler arrivare.


Quando bussano, il mondo si ferma per un attimo. Come tornando alla realtà, lo sguardo della donna incontra nuovamente il mio; guardinghi, rimaniamo immobili per un secondo, forse due; subito dopo la donna si è messa a sedere, sbloccando il fermo accanto a lei: e mentre lei si alza in piedi, lasciando che la gonna scivoli a coprirle il sesso nudo e grondante, io sgancio il fermo in alto.

È il cuccettista, che entrando accende l'abbacinante luce centrale, e nel beccheggìo del treno in corsa sfoglia i biglietti, offrendo alla donna quello per la sua fermata ormai prossima; resta un attimo perplesso, forse colpito dall'odore, e quindi si ritira, spegnendo la luce e chiudendo la porta dietro di sé.

Con le mani ancora unte dei propri umori, la donna tira giù il proprio bagaglio, e torna ad aprire la porta. Nuovamente i nostri sguardi si incontrano, ed ella si china a raccogliere i proprî slip. Con un gesto indifferente, me li poggia sul volto, prima di uscire dallo scompartimento e sparire alla mia vista.

Gli slip non sono solo impregnati di quell'odore intenso che mi ha accompagnato per buona parte della notte; non sono neanche semplicemente “bagnati”: ma letteralmente grondano degli umori di quella fica impazzita.


Ancora oggi, a distanza di anni, l'odore non li ha abbandonati, e non mi ha abbandonato. E la gente si chiede perché vivo da solo, e perché odio viaggiare in treno.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. f solo exib voy

permalink | inviato da oblomov il 26/2/2008 alle 13:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
[Racconti] 24 novembre 2007

Pisces

Vista la mia tarda iscrizione e la fin troppo evidente minore dimestichezza con l'acqua, l'insegnante di nuoto mi ha proposto qualche lezione extra (gratuita) il sabato pomeriggio. Ho colto al volo l'occasione.

La piscina sembra grande e vuota oggi che non c'è nessuno salvo noi due, sento persino freddo nonostante gli ambienti siano riscaldati. L'istruttrice è già in acqua, agita il braccio in segno di saluto dal fondo della piscina e con poche eleganti bracciate mi raggiunge mentre mi immergo. Invidio quel suo modo di muoversi senza creare turbolenze, quello scivolare morbida nell'acqua.

In acqua non sento più freddo. Ci salutiamo di nuovo quando mi raggiunge, ed alla mia inespressa domanda risponde dicendomi che il segreto è la fiducia, che bisogna imparare ad abbandonarsi all'acqua, che l'acqua è un'amante paziente e discreta, che l'unico modo per inimicarsela è averne paura; le brillano gli occhi dall'entusiasmo mentre parla.

Ma io ho paura di andare a fondo, le faccio presente, e lei mi dice che allora è su questa paura che dobbiamo lavorare, per farci amare dall'acqua. Mi chiede di fare il morto, e mentre sono lì sforzandomi a galleggiare di schiena mi punzecchia sui fianchi con l'indice, dicendo che come morta sono molto credibile, sembro un ciocco di legno; ridiamo insieme, ma quando provo a rilassarmi mi sento affondare, torno ad irrigidirmi, facendo precipitare la situazione.

Allora è lei a farmi vedere come si fa, e sembra che si stenda su una montagna di cuscini, a dormire. Mi dice con voce che ha del trasognato che i nostri corpi sono fatti per stare in acqua, soprattutto quelli di noi donne, che siamo praticamente gli unici mammiferi terrestri che in acqua possono allattare.

Torna da me e proviamo ancora, e stavolta lei mi si mette accanto, una mano sotto la nuca ed un braccio sotto il bacino, a sorreggermi. Mi dice di rilassarmi completamente, respirare a fondo. Ad occhi chiusi, mi concentro sul respiro, mi sento distintamente sollevare mentre inspiro, affondare mentre espiro; le sue braccia mi attendono sempre, e quando le dico che mi sento affondare mi tranquillizza dicendo che a fondo non ci vado, anche se scendo sotto il pelo dell'acqua.

Continuiamo così finché non riesco a rilassarmi e le sue braccia non sono più sotto di me. Ogni tanto mi corregge la postura, quando mi rilasso troppo, «Su questo,» e mi spinge su il culo «non esagerare, non siamo qui sedute a prendere il tè» o quando non lo sono abbastanza «non essere così tesa qui» e mi massaggia la base del collo.

Quando infine cominciamo l'allenamento mi sento veramente meglio, non sono più tanto a disagio in acqua, ed anche la lezione individuale non mi intimorisce più, perché l'istruttrice è simpatica e tra un esercizio e l'altro scherziamo e giochiamo.

Ad un certo punto lei si toglie il costume, e mi nuota intorno dicendo «è bellissimo sentire l'acqua sulla propria pelle senza niente d'intralcio» mi prende da dietro e con un gesto fulmineo mi sfila il top, passandomi poi davanti sventolandomelo sotto il naso «prova anche tu». «Ridammelo!» le grido dietro appena mi riprendo dall stupore. «Vienitelo a prendere!» lo sventola ancora una volta, prima di immergersi con una mezza capriola che mi mostra il suo fondo schiena accompagnato da una sforbiciata delle sue lunghe gambe.

Cerco di nuotarle dietro, ma non ho speranze di prenderla; ogni volta che riemerge a sventolare il top è dall'altra parte della piscina, nuota più veloce lei sott'acqua che io sopra. Però è vero, la sensazione dell'acqua sulla pelle nuda è molto bella; mi tolgo anche gli slip: non penso più ad inseguire l'istruttrice, nuoto solo per sentire quella carezza, per godere dello scorrere dell'acqua sul mio corpo, sulla pelle, tra le gambe.

Mi fermo un attimo a bordo vasca, per riprendere fiato, per calmarmi un attimo; mi volto in giro per vedere lei dov'è finita; me la trovo di fronte, mi prende un colpo: sento il cuore che mi batte forte in petto, per la fatica del nuoto, per la sorpresa del trovarmela improvvisamente lì davanti.

Quando riesco a parlare, la voce mi esce bassa, come parlassi a me stessa «È vero, nuotare nude è molto bello» «Te l'avevo detto» anche la sua voce è un sussurro. Ansimo ancora per riprendere fiato, aggrappata di spalle al bordo piscina, il mio corpo che tende a spostarsi in fuori; siamo troppo vicine, le nostre gambe si sfiorano ripetutamente; lei scivola avanti, tra le mie gambe, mi viene incontro costringendomi contro la parete della piscina; mi viene spontaneo aggrapparmi con le gambe alla sua vita, mentre il suo braccio sinistro scivola sotto il mio destro, dandole la possibilità di tenersi al bordo.

Cerco di non pensare al suo corpo che preme contro il mio, di non capire quello che stiamo facendo, che stiamo per fare; il suo sguardo intenso e profondo è fisso nel mio, l'imbarazzo mi costringe a distogliere gli occhi, ma sento i suoi che cercano i miei, li chiamano in silenzio; quando mi volto, lei mi raddrizza il capo con due dita, e nuovamente il suo sguardo ripesca il mio.

«Io non …» comincio in un sussurro «Sh» fa lei, poggiandomi un dito alle labbra, un invito al silenzio che scorre via in una lieve carezza; poi sono le sue labbra ad appoggiarsi alle mie, solo uno sfioramento. Ma c'è il suo seno che preme contro il mio, i piccoli movimenti che facciamo per restare a galla che trasformano il contatto in un lento massaggio; c'è il suo ventre premuto contro il mio pube, e lo strofinìo delle piccole oscillazioni che mi solletica.

Ed io sono sempre più eccitata e non voglio esserlo, ma non posso avere il controllo del mio corpo quando la mia mente è confusa tra l'imbarazzo il desiderio la vergogna il piacere; e cedo a poco a poco. Affondo il viso nell'incavo del suo collo, il naso immerso nel suo odore che supera quella del cloro; lascio il bordo della piscina per aggrapparmi interamente a lei, mentre i miei movienti si allontanano sempre più dal galleggiamento, focalizzandosi su un unico obiettivo; lei afferra il bordo anche con l'altra mano, offrendo il suo corpo alla mia masturbazione.

Vengo, mordendole la spalla per sopprimere il gemito. Lei mi abbraccia, stringendomi forte a sé, e alla deriva lasciamo che le onde ci allontanino dal bordo. Quando risollevo la testa lei mi prende le labbra tra le sue, baciandole a lungo, prima l'una, poi l'altra, poi entrambe insieme. Io non riesco a trovare il coraggio di aprire gli occhi, di dire parola, ancora non riesco a capire come devo reagire, come voglio reagire.

Mi sciolgo da lei che tuttavia continua ad abbracciarmi, e tutti i miei gesti che cominciano come per allontanarla si trasformano in carezze, in ricerca del contatto, le braccia il seno i fianchi le gambe; non riesco ad allontanarmi, le mie mani continuano a cercare il suo corpo, a conoscerlo.

Ora sono le mie labbra a cercare le sue, la mia lingua a cercare una compagna. Ho perso la testa, ma non mi sono mai sentita così bene, provo desiderio come non mi era mai successo con nessuno prima, e non ha più importanza nulla se non lo sconvolgimento che il suo corpo mi provoca.

Ora siamo contro l'altra sponda, e la mia mano scivola tra le sue gambe, le schiudo la conchiglia carezzandola con un dito, poi con due; il suo bacino irrequieto mi viene incontro e si allontana, finché non arrivo a penetrarla; le dita le scivolano dentro come il burro, premendo verso l'altro per bilanciare il pollice con cui le solletico il clitoride.

Quando viene, il suo sesso mi cattura le dita come se volesse tirarle ancora più dentro di sé, e le sue gambe mi stringono la mano. «Con…continua» mormora quando il mio pollice si ferma, ed io continuo finché il suo corpo non si apre, venendo lentamente a galla, lasciandomi togliere la mano.

Si solleva sulle braccia fino a sedersi sul bordo della vasca, e si stende a riprendere fiato. Esco anch'io dall'acqua, mi sento parallelamente al bordo, senza riuscire a distogliere gli occhi dai suoi.

«Scusami» mormora, ma io non riesco ad essere arrabbiata con lei, sono sconvolta dal piacere che ho provato io nel vederla godere per mano mia. So che quando tornerò a casa mi stenderò sul letto, la testa sotto il cuscino, a ripetermi «che cazzo ho fatto, che cazzo ho fatto, che cazzo ho fatto», ma per ora l'unica cosa che posso fare è stringermi al mio nuovo amore.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. acqua piscina ff

permalink | inviato da oblomov il 24/11/2007 alle 14:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
[Racconti] 21 novembre 2007

Depersonalizzazione onirica #1

Depersonalizzazione onirica

“Ognuno lascia la vita come se l'avesse cominciata allora”

Epicuro

Pensai bene che spegnere la sigaretta prima di arrivare al filtro, com'è mio solito, non fosse una cattiva idea. Abbassai lo schermo del notebook e chiusi la finestra, senza lasciar andare via parte del fumo che stagnate si mescolò con la fioca luce della lampada.

Come ormai facevo da qualche sera, mi coricai in mutande e, estendendo il braccio per tutta la sua lunghezza, diedi pace alla lampada ma soprattutto ai moscerini che attratti da quell'artificiale sole finiscono inesorabilmente bruciati.

La città rumoreggiava tra suoni acuti di ambulanze e il tonfo rombo dei camion della nettezza urbana ed io, solitario, cominciai a menare con tempestiva frequenza il mio sesso senza badare alle lenzuola che, a dirla tutta, ormai erano impregnate di un'acre odore di stantìo.

La bionda del parco con il piccolo figlioletto nella carrozzina era proprio la figura che più mi attraeva quella notte e, superando il pesante bagaglio cattolico, me la immaginai nuda mentre supina mi implorava di “allargar” il suo scuro occhio. Non la degnai di replica e spingendo con tutto il corpo entrai fino a farle male. I suoi occhi si sgranarono, schizzarono fuori dall'orbita, e, se prima fissarono il mio volto madido di sudore, si spostarono verso l'incrocio dei sensi mentre la sua bocca socchiusa gemeva come se l'aria uscisse a singhiozzi.

Le sue mani si fecero rigide mentre saldamente reggevano i bordi di quel malandato materasso di lana e, nel contempo, la sua apertura si ammorbidiva sotto i colpi secchi e animaleschi del mio bacino.

Il fluido femminile ben presto arrivò ad inumidire il continuo del mio sesso, ed io fui colto da tutto il suo calore: così materno, così intimo, una sola cosa, mio.

Quel tenue senso di tepore mi rapì ed ebbi voglia di sentirlo in tutto il corpo; mi defilai dalla cavità e mi precipitai a sentire la voglia in volto. Volevo sentirlo tutto, volevo sentirlo mio. Mi spinsi con la testa verso il suo forno, volevo entrare, lo volevo fortemente.

Cercavo un approccio migliore, l'olfatto, il gusto, il tatto. Non la vista, no. Volevo ritornare ad occhi chiusi come anni fa uscii. Niente, impossibile, la sua presa si fece meno sicura e le sue mani si portarono sul mio capo e cercavano di aiutarmi, ma invano.

No, non volevo il suo piacere, ma il mio; di scatto mi allontanai e in un parallelismo quasi maniacale le mie mani si spinsero in avanti. Cercai il varco con le dita e lei crollò nuovamente sul cuscino ad occhi chiusi. La mia mano poco a poco si infilò scivolando e la giovane donna si mise ad urlare, a dimenarsi. Ritirai il braccio che come una saetta si schiantò sul candido volto. Iniziò a piangere e il mio cervello a scoppiare; presi il cuscino da sotto il suo capo indolenzito e con forza le negai l'aria. Gli spasmi furono intensi ma brevi e dopo pochi attimi il suo corpo giaceva, come un fiore strappato dalla terra, morbido sul mio letto.

Cercai freneticamente qualcosa, rivoltai la scrivania, presi il taglierino e, dopo averlo fissato morbosamente, lo abbassai con violenza sul corpo morto.

Volevo entrare, ci stavo riuscendo. Il mio corpo nudo si riempii di sangue, i miei occhi iniziarono a lacrimare amaramente; non ce la facevo più, non mi interessava più. Il suo corpo si fece freddo, anch'io sentivo freddo. Avevo ucciso mia madre.

Aprii gli occhi, tutto era appannato, li spinsi con fatica a mirare le mani: erano pieni di sangue, le lenzuola erano piene di sangue, i miei polsi recisi.

La luce si fece sempre meno intensa e chiusi gli occhi. Avevo ucciso mia madre, mi uccisi.

L.M.

[Frammenti] 20 novembre 2007

Dialogo da un film porno

- Ohhh
- Ahhhhh
- Siii

Fine.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. porno film verità dialoghi idiozia

permalink | inviato da Luqu il 20/11/2007 alle 16:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa